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Mi piacerebbe che ci fosse qualcuno a cui poter chiedere consiglio. Qualcuno che non mi faccia sentire un cretino per essermi aperto e che provi a spiegarmi tutte le insicurezze che mi tormentano da circa, cosa sono, 25 anni. Vorrei che ci fosse qualcuno che potesse spiegarmi perché non ho assolutamente più alcun desiderio di imparare. Mentre prima avevo cosí tanta energia e sentivo la necessità di cercare per chilometri e settimane qualunque cosa fosse nuova e diversa. Entusiasmo. Una volta ero una calamita nell’attirare a me personalità nuove e insolite che mi iniziavano a musica e libri oscuri che io assorbivo dentro di me come un bambino rabbioso iperattivo sessuomane mentalmente ritardato che aveva provato per la prima volta lo zucchero.

(Kurt Cobain, Diari)

In ricordo di Kurt Cobain 05.04.1994 - 05.04.2014

"Ogni mattina si svegliava con il desiderio di far bene, di essere un uomo buono e avveduto: di essere - nella semplicità del suono e nell’impossibile realtà della parola - felice. E nel corso di ogni giornata il cuore gli calava dal petto nello stomaco. Al primo pomeriggio era oppresso dalla sensazione che niente fosse giusto o meglio niente fosse giusto per lui, e dal desiderio di essere solo. A sera era appagato: solo, nella illimitatezza del suo dolore; solo nella sua colpa senza scopo; solo, perfino nella solitudine. Non sono triste, io, si ripeteva tante volte. Non sono triste. Non sono triste. Perché la sua vita serbava un potenziale illimitato di felicità, in quanto era una stanza bianca e vuota. Si addormentava con il cuore ai piedi del letto, come un animale domestico che non faceva parte di lui. E ogni mattina si svegliava con il cuore di nuovo nel forziere della sua gabbia toracica, divenuto un po’ più greve, un po’ più debole, ma ancora in grado di pompare sangue. E a metà pomeriggio era di nuovo sopraffatto dal desiderio di essere altrove, di essere un altro, di essere un altro altrove. Non sono triste, io."

- Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata (via unacasasullalbero)

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Fino al 5 giugno 2014 avrà luogo presso il Chiostro del Bramante, a Roma, la mostra dedicata agli artisti dell’Aestethic Movement e della confraternita dei Preraffaelliti, intitolata Alma-Tadema e i pittori dell’800 inglese, prendendo il nome da a uno degli esponenti di spicco di quella stagione, Sir Lawrence Alma-Tadema, che è, ovviamente, anche l’artista più presente della collezione.

A partire proprio dal Chiostro del Bramante – uno dei più suggestivi esempi di arte e architettura rinascimentali a Roma – si entra in contatto con uno spazio perfetto per ospitare le 50 opere della collezione Pérez Simòn: il percorso della mostra, infatti, è curato nei minimi particolari: ogni sezione prevede un colore principale (azzurro, lilla, verde, rosa pastello), un fiore dipinto sulle pareti e delle scritte stencil che richiamano il tema della sezione del percorso che si sta attraversando.
Sui muri tantissimi petali rosa, a significare che il potere della bellezza di cui Le rose di Eliogabalo sono portatrici, può pervadere tutta la mostra e i suoi visitatori.
Una cura e un’attenzione non solo ai quadri ma a tutto l’ambiente in cui sono inseriti; una cura che non distoglie però lo sguardo dai dipinti, veri protagonisti, ma che rende ancora più piacevole e coinvolgente l’intero percorso.


Il Preraffaellismo


I quadri esposti appartengono tutti, almeno idealmente, a un movimento artistico che prese vita a metà ‘800, in Inghilterra, in piena età vittoriana: quello dei Preraffaelliti.
I preraffaelliti si definiscono tali in quanto, per le loro opere, scelgono il ritorno a una rappresentazione poetica della realtà, che privilegia l’aspetto estetico e simbolico, in contrapposizione alla retorica delle accademie e al manierismo di cui Raffaello – e da qui il nome – fu massimo esponente nella sua epoca, e dunque colpevole di una sorta di deriva dell’arte figurativa.
Il Preraffaellismo ha tratti inconfondibili: la cura per l’estetica, il piacere dell’armonia, quindi della bellezza, che è l’unica cosa conta: il motto è quello dell’arte per l’arte, a scapito di una ricerca accademica di stampo morale, avanguardistico e politico.
È pur vero che le fortune di questo movimento durarono poco: sia per l’eterogeneità dei suoi rappresentanti di spicco – e dunque dei temi, dei soggetti, delle interpretazioni – sia per la componente di atemporalità, che alla lunga, al cospetto di intepretazioni più aderenti al presente, si è rivelata una debolezza fatale.


Di simboli ed enigmi

In questa mostra si osservano quadri realizzati oltre centocinquant’anni fa. Quadri dove ci si ritrova a fissare spesso la cura di un dettaglio, la perfezione formale di un ritratto, le rifiniture minuziose di un ambiente, e, infine, la collocazione di tutti questi elementi in un’armonia generale che suscita incanto e ammirazione. E proprio quando si realizza, nello sguardo d’insieme, quella che può essere definita in modo semplice la bellezza di un dipinto, ci si rende conto che è proprio in questa armonia formale che risiede, in sottofondo, un enigma, un sistema di simboli, un rimando a una o più verità a cui l’artista ha dedicato la propria ricerca.
È in quadri come “Una nuvola passeggera” di Hughes o “Antigone” di Leighton che l’armonia, la massima estetizzazione di singoli momenti, diversi fra loro ma raffiguranti soggetti umani e plausibili, danno vita a un significato altro, a una specie di metafisica forse neanche auspicata, ma restituita con forza, grazie anche dall’abisso temporale che separa l’epoca della creazione dei quadri da chi li osserva oggi, amplificandone il risultato.

(Stefano)


Bellezza senza parole

Il tema della donna ammaliatrice, femme fatale, portatrice di una bellezza mutevole e potente, immersa nell’amore, ora eroina ora demone, è un tema che l’arte ha spesso affrontato e che si ritrova in questa mostra in maniera consistente.
Le donne e i loro sguardi, quasi sempre malinconici e altrove, capaci di sprigionare più potenza di mille parole (come in “Antigone” di Leighton o in “Bellezza classica” di Godward), figure in pose poco usuali, occhi sfuggenti, che rivelano la malinconia e la poesia di uno sguardo.
Donne che usano la loro bellezza a volte in maniera ingenua, altre in maniera consapevole e maliziosa, sempre priorità del pittore che fa di loro il centro di ogni quadro, che ne esalta le forme e la bellezza con abiti che fanno sognare: sembra quasi di sentirle svolazzare quelle sete e quei veli. (per esempio “La regina Ester” di Long o “Il filtro d’amore” e “La sfera di cristallo” di Waterhouse).
Ancora oggi, ripensando alla mostra vista quasi tre settimane fa, mi risuona dentro l’infinita bellezza di quelle donne, nell’estetica e nei particolari, e la capacità di coglierla e farne dei capolavori.

(Laura)


I “magnifici tre”

Come detto, i quadri sono cinquanta. A chiunque abbia visto questa mostra risulterebbe quasi dovuto il dover parlare di ognuno di loro, ma per questioni di spazio (e anche di tempo) riportiamo i tre che ci hanno lasciato qualcosa di particolare, e che pensiamo possano incarnare, anche nella loro diversità, lo spirito della mostra.

Il catalogo della mostra, Alma-Tadema e i pittori dell’800 inglese, è edito da Silvana Editoriale.

Lawrance Alma-Tadema – Le rose di Eliogabalo (1888) / L’eccesso di bellezza e la sua crudeltà.

John Melhuish Strudwick – I giorni passano (1878) / Il tempo, il suo ciclo continuo, la drammaticità e l’armonia.

John William Godward – La lontananza avvicina i cuori (1912) / La donna: le sue linee morbide e i suoi colori.

Voto: ●●●●

recensione di Laura Lali e Stefano Felici

"Non facevamo che tenerci per mano, ad esempio. Vi sembrerà una cosa da niente, lo capisco, ma era fantastica quando la tenevate per la mano. La maggior parte delle ragazze, provate a tenerle per mano, e quella maledetta mano o muore nella vostra, o loro credono di dover continuare a dimenarla tutto il tempo, come se avessero paura di annoiarvi o che so io. Jane era un’altra cosa. Andavamo in un dannato cinema o in un posto così, e subito cominciavamo a tenerci per mano, e non ci lasciavamo sino alla fine del film. E senza cambiare posizione né farne un affare di stato. Con Jane non stavi nemmeno a pensare se avevi la mano sudata o no. Sapevi soltanto che eri felice. E lo eri davvero."

-  J.D. Salinger, Il giovane Holden (via unacasasullalbero)

Perennemente indecisi tra il deserto e un castello con fossato.

Sei inutile quanto la ricerca artistica di Gina Pane.

Se ti fermi pensi. Per questo noi non ci possiamo fermare.

Ciao inverno. È stato bello.

"

Il racconto si stava scrivendo da solo, e io avevo il mio bel da fare a stargli dietro. Ordinai un altro rum St. James e osservavo la ragazza ogni volta che alzavo gli occhi, o quando facevo la punta alla matita con un temperamatite, e i riccioli di legno cadevano sul piattino e sotto il bicchiere.

Ti ho visto, bellezza, e adesso tu mi appartieni, chiunque sia che stai aspettando e anche non dovessi vederti più, pensavo. Tu mi appartieni e tutta Parigi mi appartiene e io appartengo a questo quaderno e a questa matita.

"

- Ernest Hemingway, Festa mobile (via unacasasullalbero)


Ciao io vado a leggere il primo articolo di Dapa per unacasasullalbero:


Saltando le presentazioni (la bio nella sezione “chi scrive” dovrebbe esaurirle), anche io approdo qui, e oggi parlo di storia della musica, partendo dal giorno di fine Ottocento non meglio precisato in cui nasce Ferdinand Joseph LaMothe. A quattordici anni, quando è già conosciuto con il cognome del patrigno, Morton, inizia a lavorare come pianista in un bordello, e intanto vive con i suoi e la domenica accompagna in Chiesa la bisnonna. Vivendo in una famiglia molto religiosa preferisce dire che lavora in una fabbrica di barili, ma presto la nonna lo scopre e lo caccia di casa, non senza premonirgli che la musica del diavolo sarà la sua rovina.

A diciassette anni Morton suona nei bordelli di Storyville, il quartiere a luci rosse di New Orleans. Le ragazze lo chiamano winding boy, ragazzo avvolgente, facendo riferimento alle sue abilità amatorie. Più tardi però preferisce battezzarsi Jelly Roll, che nello slang nero indica, dolcemente, il sesso delle donne. I suoi modi supponenti e arroganti ne impregnano non solo le note, ma si manifestano in tutte le forme in cui si mostra, come quelle del giocatore di poker e di biliardo. Usa il suo talento per ripulire (ma, soprattutto, per umiliare pubblicamente) i suoi avversari, sia nel gioco d’azzardo che nelle sfide tra pianisti. Veste in modo raffinatissimo, si ricopre di gemme e preziosi, ostenta oro e dollari. In tutta la sua vita riconosce solo un pianista al di sopra di lui, ed è Tony Jackson, altro musicista di bordelli, molto probabilmente un maestro per Morton. Jackson tuttavia non inciderà nulla, e di lui ci resterà solo la fama. Jelly Roll viaggia per tutta l’America, da quella del Sud al Canada, e nel 1917 compone un tango che ha molto successo ad Hollywood, The Crave. Lo stesso anno, a Los Angeles, si sposa. Sei anni dopo abbandona casa e moglie e arriva a Chicago, nel magazzino dei fratelli Melrose, due editori di musica blues. Gli si presenta come il padre del Jazz, poi passa un’ora a tessere le sue lodi, infine si siede al piano e dà prova di essere ancora migliore di quanto sia stato capace ad esprimerlo con le parole, racconta Lester Melrose, il più giovane dei due fratelli.

Passa dal ragtime al Jazz allo swing, definendosi di ognuna di queste forme musicali il creatore. Ha molto successo col suo gruppo, i Red Hot Peppers, ma non è tagliato per dividere il palcoscenico, perciò va a New York, e lì si risposa, ma il suo carattere difficile e l’arrivo della grande depressione lo portano rapidamente al capolinea della sua carriera artistica. Il contratto non gli viene rinnovato e fa fatica a trovare locali che tollerino i suoi modi, quindi si trasferisce a Washington DC, dove lavora come manager, barista, buttafuori e pianista nella bettola del quartiere afroamericano di Shaw. Non riesce tuttavia a trarre alcun profitto dall’attività, ritenendo il proprietario che i suoi amici debbano entrare e bere gratuitamente. È proprio uno di questi che una sera, in una lite, lo accoltella. Morton viene portato all’ospedale più vicino, dove rifiutano di prenderlo in cura, essendo per soli bianchi. Nell’ospedale “per neri”, prima di essere soccorso, viene lasciato molto tempo con solo del ghiaccio sulla ferita, che si dimostrerà fatale. Il suo respiro diventa sempre più corto e sofferente. Scrive nuovi arrangiamenti e si trasferisce a Los Angeles, dove prova a formare un nuovo gruppo, ma l’asma lo porta spesso in ospedale, finché, a tre anni dalla coltellata, si spegne.

Non è facile amare una figura del genere, eppure si può ascoltare nelle sue melodie, quando non sono incalzate dal ritmo sfrenato ma sempre elegante e sofisticato del ragtime popolare, una grande contraddizione, legata al senso di smarrimento che si ha quando finisce la musica e resta il silenzio. Il suo carattere velenoso e cinico non dipendeva tanto da una leggerezza d’animo, ma da una profondità enorme, che si sviliva nel timore che non avrebbe mai trovato un punto di contatto con il resto del mondo, che vuole solo ballare. E Jelly Roll Morton gli dava quella musica delicata, frivola e svelta che non avrebbe mai detto nulla di sé, ma che era, per lui, la sintesi perfetta di una società leggera e che quindi meritava d’essere guardata con leggerezza.

Se vi va di ascoltare qualcosa qui trovate un po’ di tutto, i diritti sono caduti e Jelly Roll oggi suona per chiunque.

L’immagine: “Pen and Ink Drawing of Jelly Roll Morton - Mauro Ghersi, 1961”.

articolo di Daniele Passaro

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Se non è mai stata nuova e non invecchia mai allora è una canzone folk”.

È sempre stato molto difficile per me parlare di Bob Dylan. Ho sempre avuto timore, con le parole, di banalizzarlo, la paura di tenerlo tra le mani, maneggiarlo con eccessivo impaccio fino a fracassarlo a terra e alla fine trovarmi davanti alla sua maschera vuota che mi fissa. Già, forse è proprio la sua faccia ciò che mi ha fatto sempre paura di lui: i suoi occhi azzurri, di un azzurro fitto. In realtà, nelle foto in bianchennero, così come l’ho conosciuto, per me aveva gli occhi neri ma l’effetto è sempre stato lo stesso: cazzo, quando Bob Dylan ti guarda dritto con quei due occhi di un cielo glaciale senti ogni filtro distruggersi, improvvisamente nudo, ti ritrovi carponi a terra, senza difese, nella disperata ricerca di uno straccio per coprire le proprie vergogne.

O forse parlare di Bob Dylan è difficile perché è già stato detto tutto. Cosa si può dire ancora di un’artista così? Biografie su biografie, analisi dei testi, film, documentari, interviste, bootleg, foto, e arrivo io e parlo di Bob Dylan? Ancora Bob Dylan? Ci si sente scomparire di fronte a un gigante del genere, più o meno la stessa sensazione che ho provato quando ho preso coscienza del ‘mare magnum’ della sua produzione artistica tra album, libri, cinema, pittura.
Possiamo dire che cominciamo ad avvicinarci, ma non è ancora fino in fondo questa la causa del mio irretimento. Il carisma del personaggio, l’importanza indiscussa nella storia della musica, certo, metterebbero soggezione a chiunque, ma c’è di più.
Il punto, in verità, è che parlare di Bob Dylan è difficile come è difficile parlare delle cose che abbiamo più a cuore, che si spingono in maniera più indiscreta nella nostra intimità. Come è difficile parlare dei nostri amori, dei disamori, senza alcuna maschera addosso.

Sì, il mio rapporto con Bob Dylan ha le fattezze di una vera storia d’amore. Uno di quei amori che non ti scegli, in cui ti ritrovi improvvisamente immischiato e dopo un po’ non ricordi neppure più come ci sei capitato. Uno di quei amori che tradiscono, che possono far male ma inevitabilmente ti cambiano. Ho avuto diversi amori (musicali) nella vita, ma quello con Bob Dylan è diverso. Posso fuggire mano nella mano con altre ragazze, lasciarmi sedurre, fino a perdermi, dalle sirene di qualche nuovo gruppo, posso farmi fregare dalla freschezza giovane di qualche album indie, ma lui rimane lì. A fissarmi con i suoi occhi azzurrissimi (o nerissimi).

Proprio come quando si incontra la donna della propria vita: tu non l’hai mai cercata, è lei che ti ha trovato. Poi ti accorgi che in realtà era proprio lei che aspettavi da una vita, o forse da un oltre-vita: nello sguardo distratto della passante, nel pallido riflesso di una vetrina, nelle fughe e ritorni giovanili, nelle notti tormentate d’estate. Hai sempre atteso soltanto lei. Esattamente come quell’armonica a bocca sgraziata, fastidiosamente dissonante, improvvisamente alta e poi giù bassissima che ti costringe a giocare con la manopola che regola il volume dell’autoradio. E’ quella voce sporca, arrugginita dagli anni, che attendevi da sempre. E tu non lo sapevi ma ad un tratto ti accorgi che sa raccontarti meglio di qualunque altro, di colpo scopri che qualsiasi canzone rock sulla faccia della terra – degna di essere ricordata, ovviamente – ha dentro una canzone di Bob Dylan. Per cui puoi fare proprio quello che vuoi, ma tanto si torna sempre là, si torna sempre a casa. Semplicemente lui ci arriva prima, spalanca la strada. Proprio come a Newport, nel 1965, quando al più grande festival folk d’America si presenta sul palco con in braccio una chitarra elettrica e si guadagna gli insulti di un pubblico inferocito. Oppure quando gli chiesero perché non scrivesse più canzoni di protesta e lui serafico, un po’ annoiato, se ne va dicendo: “tutte le mie canzoni sono di protesta” sovvertendo, con la semplicità che la natura concede al genio, il concetto stesso di protesta ridotto ad ‘ideologia’ nel quale hanno sempre cercando di ingabbiarlo.
Fino a quando, a settantadue anni suonati, in un concerto qualunque, in una serata romana qualunque, invece di starsene a casa a raccontare ai nipotini una vita da eroe decide di stravolgere totalmente la scaletta, eseguendo tutti brani mai suonati prima. Per tutto lo spettacolo si diverte sul palco nello scorgere gli occhi increduli dei suoi fan.

Pensavo che fosse proprio per questo che amo Bob Dylan, fino a stamattina, quando dopo il caffè e una stropicciata agli occhi davanti allo specchio mi infilo in macchina, rissoso come sempre, per andare a lavoro. Non ho ancora coscienza di chi sono e come al solito cerco di nascondermi per bene e chiedo asilo alla musica: stamattina mi accontenterei di qualsiasi rumore, anche del fruscio pre-sintonizzazione dell’autoradio. Ma ad un tratto, tra i fischi, si fa largo un giro di chitarra antichissimo, un’armonica sgangherata ed una voce nasale che fa: “How many roads most a man walk down before you call him a man? The answer my friend is blowin’ in the wind, the answer is blowin’ in the wind”.

Sono costretto a fermarmi, immobile, sulla piazzola della statale. Deglutisco a stento il nodo alla gola e penso: “è la cosa più bella che abbia mai sentito!”.

articolo di Davide Tartaglia

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Andorra
Peter Cameron, Adelphi, 2014, pp. 240, euro 18,00

È difficile fare una classifica dei libri di Peter Cameron pubblicati finora in Italia. Il meno convincente, a mio parere, è Paura della matematica, una raccolta di racconti che forse suggerisce che all’autore statunitense sia più congeniale la lunghezza del romanzo.
L’eleganza e la ricercatezza sono dati oggettivi della sua scrittura che lo pongono all’attenzione dei lettori come uno degli autori contemporanei più raffinati. Anche le sue trame, sempre originali e attuali, ci parlano di situazioni e personaggi che non possiamo fare a meno di sentire nostri.

Per il suo romanzo recentemente pubblicato da Adelphi, Andorra, ma apparso in America nel 1997, Cameron sceglie un’ambientazione particolare e cioè il piccolo stato a cavallo di Francia e Spagna. 
La scelta di un’ambientazione limitata, come può essere in altri casi una cittadina di provincia, rende il punto di vista della narrazione privilegiato: senza togliere nulla al fascino di un territorio poco conosciuto, almeno da parte mia, sono i personaggi che prendono la ribalta della storia e mostrano i loro paesaggi interiori, le loro psicogeografie senza lenti deformanti.

Alex Fox arriva a La Plata, la capitale del minuscolo stato, lasciandosi dietro le spalle una metropoli americana e una vita da dimenticare: un libro che ha letto anni prima gli fa scegliere Andorra come punto di ripartenza. È uno dei drammi più tragici che possa capitare a un uomo quello da cui fugge, un segreto che viene disvelato progressivamente nel romanzo. Alex incontrerà altri personaggi, ognuno dei quali cerca di convivere con le sciagure delle proprie esistenze, con cui avrà rapporti mai del tutto definiti: Jean Quay, prigioniera di una madre che allunga i propri tentacoli nella sua vita, i coniugi Dent che vivono all’interno di un rapporto sui generis e che sono anche loro approdati ad Andorra per fuggire da qualcosa che temevano, Mrs Reinhardt ospite dell’unico albergo della città che una volta era stato di sua proprietà.

Due cadaveri che vengono ritrovati dopo l’attivo di Fox sono uno dei fili conduttori, ma certo non il solo, di una trama che si snoda avvincente, senza soluzione di continuità mettendo il lettore a proprio agio dentro una serie si situazioni che rendono il distacco dalla lettura molto difficile.
Le singole storie dei personaggi si intrecciano e interagiscono e portano a galla, impietosamente, limiti e debolezze di uomini e donne che pur vivendo in quello che molti non esiterebbero a definire un paradiso, vivono vite che di paradisiaco non hanno proprio niente.
Fino ad arrivare al colpo di scena finale che, e non poteva essere diversamente conoscendo Cameron, non è fino a se stesso ma dà un’altra prospettiva da cui vedere la storia.

Voto: ●●●●○ e mezzo.

recensione di Roberto Sturm

Tanti anni fa lessi un libro ambientato ad Andorra e l’idea del paese che ne ricavai mi rimase talmente impressa che quando, costretto dalle circostanze, dovetti ricominciare in un posto nuovo, mi fu immediatamente chiaro dove andare. E arrivarci, visto il mondo di oggi, non era difficile; così partii, lasciandomi alle spalle quel che mi era necessario lasciare - cioè tutto. È incredibile la facilità con cui, volendo o avendone la necessità, si può cambiare vita.

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Bologna / Unipol Arena / 20.00 / 28 Febbraio 2014

Sono riapparsi sulle scene nel 2013, dopo quattro anni di attesa dall’ultimo album, con The Weight of Your Love.

Gli Editors, attivi dal 2002 sulla scena britannica, sono tornati in Italia per regalarci un nuovo live e a una settimana di distanza e un cerchio rosso sul calendario a incorniciare la data, mi ritrovo a dover confinare in poche righe un riassunto impossibile. 

A un’ora dall’apertura dei cancelli e il tempo giusto per mangiare un panino, sono i Victories at Sea ad aprire il concerto: trenta minuti di melodie che si susseguono, di figure che si muovono a ritmo, una scenografia scura e poche luci a sollevare il trio dall’ombra.

Ma è quando l’arena si è fatta buia tanto da non riuscire a distinguere gli spalti dal palco che le note di Sugar ci sono entrate nelle orecchie. Le due ore di concerto sono state scandite dal battito delle mani e dalle teste mosse, dalle fiamme che tra le prime file intiepidivano i visi più di quanto già non facesse il calore dei corpi vicini, delle voci all’unisono con quella calda di Tom Smith, i coriandoli bianchi e argentati in velina lasciati cadere dal soffitto ed entrati nelle borse, impigliati tra i capelli, sulle felpe arrotolate alle spalle mentre dal paco riecheggiava Honesty.

I fari colorati facevano apparire il palco sempre differente, al punto di percepirlo quasi in bianco e nero oppure offuscato da una coltre di nebbia bluastra. La band si intrecciava come i fili del microfono di Smith e le dita delle mani che sembravano ricongiungersi a quelle del pubblico. Le braccia sospinte a destra e sinistra, i piedi puntati forte a terra sull’attacco di batteria di Smokers Outside the Hospital Doors, la voglia di rimanere sospesi lì, in quel palazzetto, a cantare in totale armonia con voci sconosciute e i biglietti ancora in tasca, da conservare nell’agenda.

Papillon chiude il concerto nell’estasi generale di un live senza età, in cui ad adolescenti innamorati si alternano gruppi di appassionati sulla cinquantina con grinta inimmaginabile che programmano già le date estere. Quando le luci si riaccendono, le gambe sono ormai stanche e la voce pure. Le orecchie fischiano e si incrociano i sorrisi di chi, come me, è consapevole di aver assistito ad uno dei più bei concerti visti, almeno per il momento.

Voto: ●●●●●

recensione e foto di Cecilia Monina

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Parigi #2

Sono andata a Parigi con solo i rullini, le foto sono rovinate perché mi sono cadute le bolle di sapone sul rullino aperto. Poi c’è anche da dire che non riesco a stare ferma. 


Cose da vedere:

1. I musei poco prima che chiudano, ti buttano dentro gratis e le persone dentro sono così stanche che non spingono per fare le foto col tablet. Io sono stata così fortunata al Musée d’Orsay che ho visto una ragazza tahitiana guardare le
Due donne tahitiane di Gauguin.

2. Il panorama dalle scale mobili del Centre Pompidou, magari quando sta per arrivare la sera. Siamo stati seduti per terra fuori, c’è una piazza in discesa: dei ragazzi suonavano e cantavano ed era impossibile non ballare. Poi un altro faceva sculture orribili con il fil di ferro ed era impossibile non ridere.

3. Quando vedete un parco, passeggiateci.


Postibelli:

Blend (hamburger): le patatine fritte sono così buone che sanno di frittelle.

Le Loir dans la Theiere: una fetta di torta in un posto dove sono vietati i computer.

Workshop: ordino due birre da litro e poi non riesco a fermarmi dal ridere.

Rue des jardins Saint Paul, ci sono dei paletti colorati sul marciapiede, sotto al portico a destra c’è una piazza piccolissima, un negozio di cappelli e un bar con i tavolini colorati fuori. Abbiamo bevuto il caffè nel silenzio, tra i raggi del sole, lo zucchero te lo portano in zollette bianche e marroni, il dolcificante non so. 


Canzoni:

Edith Piaf - La vie en rose (da fischiettare mentre cammini, tutto il tempo)

Hocus Pocus - A mi chemin

Friendly Fires - Paris (Aeroplane Remix) ft. Au Revoir Simone


testo e foto di Vali

Ma dai almeno il Nobel a DiCaprio. Siete cattivi.