spezza l'incantesimo e prende appunti                         [per il Blog clicca ---->QUI]


[cosechesuccedono #3] la stagione delle piogge

È successo che è successo. Non potevi immaginarlo, non potevi aspettartelo. Perché le cose migliori son quelle che proprio non ti aspetti e che non ti saresti mai aspettato.
“Noi cerchiamo dappertutto l’assoluto e troviamo sempre soltanto cose.” diceva Novalis.
E quanta cazzo di ragione c’avevi tu, Novalis. Che è vero. Che non si può proprio fare a meno di cercare. Se smettessimo di farlo probabilmente succederebbe un casino. Un casino più grosso e più grave di quello che c’è già, di quello che abbiamo già intorno, adesso.
Ecco quando ti capita qualcosa di bello che non ti aspettavi non è che non stavi cercando. Perché se si è sani e abbastanza intelligenti per ammetterlo in realtà noi si cerca in continuazione, non si smette mai di farlo, si cerca ciò che più ci avvicina a quella che i cinici chiamano “soddisfazione” e altri, i più romantici, invece chiamano “felicità”. [che non sta a me dirvi chi dei due sia “il realista”]
Ecco quando ti capita qualcosa di bello che non ti aspettavi non è che avevi smesso di cercare.
Avevi smesso solo di pensarci.
Succede sempre così. Quando smetti di pensarci ecco che improvvisamente arriva. Sei nel tuo bel cazzo di deserto piatto, polveroso e bruciato dal sole. Sei lì, come sempre, che cammini. E improvvisamente, dal nulla, comincia a piovere. A piovere a dirotto. E poi tuoni, fulmini e saette.
E altrettanto in fretta te ne accorgi. La riconosci. E lo dici. Prima piano e poi vorresti gridarlo.
E lo gridi.
“Eccola. Eccola finalmente! È lei. È arrivata.

La stagione delle piogge.”
 




1 nota


[ilmagopropone #5] La Playlist, come promesso.

Chi ha collaborato già lo sa. Questa cosa è nata così quasi per caso, ieri sera, quando un po’ su Twitter e un po’ su Tumblr ho chiesto a voi di mandarmi canzoni che ascoltate quando siete innamorati. Vi avevo anche detto che lo facevo per invitarci un po’ a pensarci tali. Che, non lo so, male sicuramente non ci avrebbe fatto.

Ecco. Che è stato un lavoraccio. Un lavoro certosino raccoglierle tutte. E pure i vostri nomi. [che siete tanti] Ma ne è valsa la pena.

E ci ho pensato. Ci ho pensato a lungo. Che quando alle cose vuoi dargli un nome significa che allora son cose importanti per te.

Ci ho pensato, ho detto.

E direi che “Come promesso” come nome per questa playlist va benissimo.

[a fianco il nickname di chi ha proposto la canzone] [poi quando ho tempo e se mi dite che posso, metto pure il link al vostro Twitter o Tumblr, però dovete dirmelo voi che a volte c’è anche a chi può non fare piacere la cosa]

[l’ordine con cui sono disposti i brani è rigorosamente secondo quello di apparizione ieri sera, e vi dirò che non stona affatto]

Ne approfitto per ringraziare di nuovo chiunque abbia partecipato. E se la cosa vi piace chissà che non se ne faccia un’altra più avanti. Magari con un altro tema. Anche se questo era uno che si vede che ci premeva particolarmente.

playlist dentro al blog
 




10 note


[cosechesuccedono #2] se non ho più scritto è colpa sua.

Un mese intero. Forse di più. Un mese e mezzo che ci stai pensando cazzo. E non ne puoi più.
Una donna? Un esame imminente? Una decisione di vitale importanza?
No. Una canzone del 2001.
Hai ben chiaro come faccia, tanto che la puoi cantare tutta, dall’inizio alla fine. Piccolo particolare: un annebbiamento pressoché totale sul testo. Ricordi soltanto il motivo. Allora chiedi a qualche amico molto ben informato sul mondo della musica. Niente da fare. Fermi a caso hipster e ragazzi un po’ indie per la strada e gliela canti. Ma nulla di fatto, sono dannatamente tutti troppo giovani.
“Gli Interpol?” ti chiedono.
No, gli Interpol non c’entrano. E nemmeno gli Editors.
Cazzo.
Allora provi su http://www.midomi.com/. È stato un amico ad avertene parlato. Tu fischi o canticchi la canzone a bocca chiusa e il server la cerca nel suo archivio. “Figo”, ti dici, ma lo sai benissimo che non ci stai realmente credendo. Poi appena hai un attimo di tempo libero ti fiondi sul sito e quando, dopo averla cantata per venti secondi, ti esce fuori l’ultimo singolo di Rihanna capisci che non c’è proprio più un cazzo da fare. Che tutto è perduto.
Non ci sono Shazam e SoundHound che tengano. La canzone è troppo vecchia e troppo poco famosa. Ma come cazzo si chiamavano loro? E l’album? Era un nome corto, cortissimo, ma pieno di significato. E continui a canticchiarla mentre fai il bucato, stendi i calzini, lavi i piatti, pulisci casa, mentre ascolti altre canzoni, mentre leggi, mentre cammini per la strada. Ascoltare musica ormai è diventato come fare l’amore e pensare a qualcun’altra.
Passi le notti su Wikipedia cercando tra le innumerevoli liste di gruppi, le influenze musicali, e le annate migliori, come il vino. Dal New Wave ti ritrovi al Post-punk Revival. Come passare dal Sangiovese al Chianti in pochissimi attimi, senza sapere bene di cosa si stia parlando. Finisci pure su http://www.debaser.it, dopo anni che non ci mettevi più piede. Almeno l’anno te lo ricordi. “2001″ scrivi nel motore di ricerca. E te li passi tutti, uno per uno. Ogni singolo fottuto album uscito in quell’anno. Riesumando anche cadaveri che non avresti voluto riesumare. Sciami interi di ricordi come se piovessero.
Ma niente da fare. Ricordi tutta la tua vita molto dettagliatamente, tranne il nome di quella canzone.

Così per la tua sopravvivenza un bel giorno decidi di farlo. Decidi di smetterla. Di metterti il cuore in pace. Riprendi a fare le tue cose. Normalmente. Fai finta di nulla. E provi a dimenticarla.

[mi rendo conto che queste ultime due righe avrebbero potuto esser scritte per una donna. ma non è così, vi giuro che non è così. vi giuro.]

Quindi, davvero, ci sei riuscito.
Da qualche giorno non hai più il chiodo fisso. La vita ha ripreso il suo decorso più naturale, come fosse una malattia. A scorrere come niente fosse. Come sangue pulito.
Poi una bella mattina, a distanza di una settimana da quando hai deciso di smettere completamente di pensarci, mentre stai inzuppando in una sola volta due macine della Mulino Bianco, e dopo esserti soffermato coi biscotti, forse soprappensiero, troppo a lungo sotto la superficie del caffellatte, mentre lentamente, molto lentamente stai sollevando le due macine per portarle alla bocca, queste stronze, entrambe forse ormai eccessivamente zuppe, ti si spezzano di netto tra le dita.
Una metà ti resta in mano.
L’altra invece sta precipitando rovinosamente da una altezza di trenta centimetri fin dentro la tazza.
Al rallentatore.

Ed è in quel preciso momento. Nei lunghissimi attimi che precedono il disastro che in un millesimo di secondo tu ti rispondi alla domanda, a quella domanda che da una settimana ormai avevi dimenticato. È in quel preciso momento che l’illuminazione arriva.
Come se tutto fosse stato congelato per ore.
Per giorni.
Interi.
Che ti sembra un po’ come uscire dal coma.

The Dismemberment Plan” si chiamavano.
L’album era “Change“.
La canzone “Time Bomb“.

Fanculo.

Le macine, pesantissime, si scontrano contro la superficie del caffellatte. Un piccolo ma bastardissimo tsunami marroncino ti raggiunge la faccia.
Una pozzanghera enorme di latte misto a caffè sui pantaloni e sulla tavola, ovunque. Mentre tutto sta colando sul pavimento, gocciolando giù dalla tovaglia di plastica. Mentre tutto sta cadendo a pezzi. A cominciare dalla tua memoria.
Le macine spappolate dentro la tazza. Non te ne frega più nulla. Tanto che butti nel latte anche le due mezze macine asciutte che ti erano rimaste in mano.

Il tuo fottutissimo sorriso a trentadue denti. Mentre tu, mentre tu sei finalmente un uomo felice.
Anche se tutto sta cadendo a pezzi, sì.




7 note


[paracadute #3] accetta e abbraccia (dedicato a loro)

Camminavi lentamente. Ricordi? [I walk slow]
Non perché stessi aspettando qualcosa. Ma perché eri stanco, sfinito, distrutto. La lotta stessa era terminata. E tu avevi perso. Contavi col cuore sfasciato i feriti e le perdite causate da quella battaglia. La mano stretta a pugno. La bocca ansimante. Il sudore di tanti “perché” pronunciati a vuoto e che più nessuno avrebbe ascoltato o giustificato.
Sotto di te diversi strati di un prato. Rinsecchito. L’erba bruciata. Terra bruciata. Tutto intorno. Niente più case. Niente più alberi. Niente più strade. Niente di niente.
Camminavi lentamente. Ricordi? [I walk slow] Per colpa della salita.
Con tutte le tue forze allora aumentavi il passo mentre la pendenza continuava a lievitare. Inesorabile. Che te lo ripetevi ad ogni singolo respiro che “no no, questa volta non ne saresti uscito”.

E poi, poi davanti a te, ad un tratto una mano.

Una mano tesa. Bellissima. Che non riuscivi, proprio non riuscivi a fare a meno di guardarla. Bianca e luminosa lì davanti a te. Ti voltavi indietro per un solo istante. A guardare la strada che avevi percorso sino a quel momento. Ma non si poteva. No non si poteva. E ritornavi su quella mano. E improvvisamente ti accorgevi che le mani erano quattro. E nella penombra capivi che dietro ad ogni mano c’era un volto. Un volto che più bello di così proprio non riuscivi ad immaginare.
La puntualità degli avvenimenti. Del fatto che non sei solo. E che se lo sei è solo questione di tempo. Di pazienza. Di voler lasciar cadere la spessa corazza che ti avvolge. Solo una cazzo di volta. E decidere di chiedere, sussurrando appena, il tuo dolore. O anche solamente dir di “sì”. A ciò che accade in quel momento.
Camminavi lentamente. Ricordi? [I walk slow]
E continui a farlo. Perché è giusto.

La differenza è che adesso non sei più solo.
 




5 note


[sfoghi #7] Che gli intrecci.

È una questione di intrecci a volte.
Come nelle storie migliori.
Le storie meglio riuscite hanno un ottimo intreccio. Che si potrebbe dire quasi che l’intreccio sia tutto.
Tu stai correndo per la tua strada, sei tranquillo, non ti guardi nemmeno attorno. Non che tu sia particolarmente sicuro della direzione che stai prendendo, però diciamo che non senti il bisogno di controllare e controllarti più di tanto.
Poi improvvisamente un muro. Ci sbatti proprio contro. Che ti fai anche un po’ male.
Poi tu cerchi di evitarlo. Trovi la sua fine e finalmente ricominci. A correre.
Hai come la strana sensazione che quel muro ti stia seguendo e ogni tanto ti volti per controllare.
Ed ecco che dal nulla te lo ritrovi.
Davanti. E ti fai male di nuovo.

Che certe cose sembra proprio che non si possano evitare.
[proprio no.]




4 note


[sfoghi #6] Tanto prima o poi succederà.

È un eufemismo. È un eufemismo dire che ci incazziamo quando le persone ci deludono.
Perché non ci incazziamo. [soltanto.]
È come se ci venisse a mancare la terra sotto i piedi. È come quando crediamo in qualcosa e improvvisamente scopriamo che era tutta un’invenzione. Che ci hanno riempito di bugie, di balle, di cazzate. È un po’ come se morisse qualcuno. Come se ci avessero detto che non c’è più niente da fare. Come se il cielo sopra di noi ci fosse stato chiuso. Per sempre.
Ecco è quel “per sempre” lì che non mi convince.
Possiamo dire: “Adesso basta, questa è l’ultima cazzo di volta che mi fiderò”. Possiamo gridare, sbattere i pugni sul pavimento o contro il muro [e non solo i pugni]. Possiamo disperarci, possiamo mandare a fanculo tutto quanto, più volte. Ascoltare la nostra musica a palla. Isolarci dal mondo. Da tutto e da tutti. Non parlare più. Non mangiare più. Non vivere più.
Possiamo, sì.
Tanto prima o poi succederà. Succederà che incontreremo qualcuno.
Qualcuno in grado di farci cambiare idea. Riguardo a tutto il cazzo di genere umano.

Ancora una volta.

[quindi non piangere]
 




5 note


[ilmagopropone #4] Ebook.

Chi mi conosce lo sa. Ogni volta che viaggio ho sempre due valigie. La più piccola di solito è quella per i vestiti.
La più grande, rigorosamente di cuoio e con la cerniera, è per i libri.”
 



2 note


[scambiarsiparentesi #3] Strade e metodi.

“No, non è cosa. Non è fattibile. Né mai lo sarà.
Ho perso tutto il mio tempo, il tempo migliore, in cose futili che avrebbero dovute essere interrotte molto, molto prima di adesso. E mi chiedo, ma come fai a saperlo? Cioè, come fai a capire che la direzione che stai prendendo sia quella sbagliata?
Ci sono dei segnali, dicono. Degli indizi ci dicono. Sembra tutto molto semplice quando te lo spiegano e te lo dicono. Poi ti ci ritrovi dentro e il dubbio che ti abbiano detto soltanto un mare di cazzate diventa enorme.”
 
 




1 nota


[sfoghi #5] Più vicino possibile, il più a lungo possibile.

Dicevo che si contano sulle dita di una mano le cose che hanno su di me un effetto ipnotizzante. [e sarebbe bello se anche voi qui diceste le vostre] In realtà succede a tutti. Ci succede molto più spesso di quanto crediamo.

Hai di fronte a te la cosa più bella che tu abbia mai visto sino a quel momento e l’unica cosa che puoi e vuoi fare è starle il più appiccicato possibile, il più vicino possibile.


E il più a lungo possibile.
 




4 note